C’è vita sul pianeta Uomo!

gulliver

L’uomo è ciò che mangia.
(Ludwig Feuerbach, filosofo tedesco, 1804-1872)

Il 22 giugno del 2003 abbiamo posato una pietra miliare nella strada della conoscenza del corpo umano e delle sue patologie: si è concluso il Progetto Genoma Umano, sono stati identificati e mappati i circa 20.000 geni che compongono il DNA dei 10.000 miliardi di cellule del nostro organismo. A partire più o meno dallo stesso anno le moderne tecnologie bioinformatiche ci hanno rivelato che i microbi che ospitiamo nel nostro intestino sono 100.000 miliardi (10 volte più numerosi delle nostre stesse cellule), appartengono a centinaia di specie diverse e possiedono dai 3 agli 8 milioni di geni! Tutte queste cellule messe insieme pesano circa 1,5kg (più del fegato e quasi il doppio del cuore) e costituiscono un vero e proprio “organo invisibile” che è stato chiamato Microbiota.

E mentre ognuno di noi condivide circa il 99% dei geni con il proprio vicino, i geni del microbiota possono differire moltissimo e potrebbero essere i veri responsabili di differenze tra le persone che vanno dal peso alle allergie, dalla predisposizione a certe malattie ai livelli di ansia.

L’intestino è l’organo più antico: si è sviluppato, durante l’evoluzione, 500 milioni di anni fa (l’homo sapiens solo 150), da esso sono derivati tutti gli altri organi, cervello compreso, ed è il primo che si sviluppa nell’embrione, tanto che qualcuno ha affermato che “noi siamo un intestino con i suoi accessori utili e funzionali”. Allora, considerato che i batteri abitano la terra da 5 miliardi di anni, potremmo spingerci a dire che noi siamo una colonia di batteri con il suo “guscio” evoluto intorno.

In realtà la “convivenza” serve ad entrambi: la maggior parte dei batteri che abitano dentro di noi sono anaerobi, cioè vivono bene in assenza di ossigeno. Noi forniamo loro acqua, calore e nutrienti in un ambiente privo di ossigeno e loro svolgono per noi numerosissime funzioni metaboliche.

Lungi infatti dall’essere indolenti ospiti di passaggio, questi piccoli organismi giocano un ruolo essenziale nelle maggiori funzioni vitali: sono i principali responsabili della trasformazione del cibo che ingeriamo, ad esempio sono loro che ci permettono di digerire il glutine e il lattosio e senza batteri saremmo tutti (e molti infatti lo sono!) intolleranti al glutine e al latte; sono i batteri che producono la vitamina K2 fondamentale per l’assorbimento del calcio, sono i batteri che regolano l’acidità del sistema digerente. Il malfunzionamento del microbiota, detto Disbiosi, sembra essere alla base di numerose patologie tra cui dislipidemie, obesità, diabete, ipertensione e malattie cardiache.

Il microbiota è poi un fondamentale regolatore del sistema immunitario. Il giusto equilibrio di batteri trasmesso dalla madre al figlio durante il parto naturale e l’allattamento al seno sembra essere fondamentale per la competizione con batteri patogeni, per la maturazione di un sistema immunitario forte e per l’acquisizione della tolleranza immunologica mentre la disbiosi sembra essere tra le cause di infezioni, allergie e malattie autoimmuni.

Infine la stretta connessione tra il sistema nervoso centrale e quello intestinale e la condivisione dei medesimi segnali trasmettitori fa sì che il nostro microbiota possa addirittura influenzare i nostri pensieri e il nostro comportamento e la disbiosi sembra oggi essere tra le cause della depressione!

La briciola di Sandro Santolin

Quale cibo può aiutare a mantenere l’Eubiosi (il contrario della Disbiosi)?

Primo: privilegiare gli alimenti “vivi” (frutta e verdura di stagione, fresche e crude) e gli alimenti fermentati (lo yogurt piuttosto che il latte) che sono più ricchi in biodiversità e già parzialmente predigeriti.

Secondo: masticare bene, perché gli enzimi della saliva iniziano il processo demolitorio del cibo in bocca. Se non mastichiamo bene lo sforzo digestivo a livello dell’intestino sarà enormemente più grande, e sarà più difficile riuscire a processare anche il migliore degli alimenti!

info: www.primuspane.it

(Articolo pubblicato su Tempo il 31 marzo 2016)

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